Giovedì, 20 Aprile 2006 12:33

Parte 1: Etica come know-how ed etica come know-what nelle organizzazioni complesse

Scritto da  ManagerZen
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Un possibile dibattito su Etica e Complessità. Parte I.
a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO



Etica come know-how ed etica

come know-what nelle organizzazioni complesse



A: Il titolo è: ‘che cos’è per noi l’etica nelle organizzazioni complesse’. Da dove incominceresti per inquadrare il problema?

B:
La discussione fondamentale, secondo me, è cosa definiamo con etica; mi piacerebbe iniziare dalla distinzione fatta da Francisco Varela in un suo scritto tra etica intesa come ‘know-how’ ed etica intesa come ‘know-what’; egli afferma che:

‘Si può dire che una persona saggia (o virtuosa) è quella che conosce ciò che è bene e lo mette spontaneamente in pratica. E’ questa immediatezza di percezione-azione che vogliamo esaminare…’

Questo approccio si pone in un’ottica differente rispetto alla più usuale definizione di etica intesa come analisi della componente riflessiva su ciò che debba intendersi etico e che arriva coerentemente a verificare la razionalità dei principi morali adottati dall’individuo nei propri comportamenti.
Secondo Varela, la spontaneità del comportamento virtuoso è la modalità più comune di etica, e tuttavia essa non viene sufficientemente analizzata proprio in quanto mancante della componente riflessiva:

‘Non dovremmo tralasciare la più diffusa modalità di comportamento etico solamente per il fatto che non è “riflessiva”. Perché non iniziare con ciò che è più comune e vedere dove questo ci conduce? Così stiamo sottolineando qui la differenza tra know-how e know-what, la differenza tra abilità o capacità di confronto immediato e conoscenza intenzionale o giudizi razionali.’

Si sottolinea in tal modo l’immediatezza della conoscenza del come rispetto alla conoscenza razionale del cosa.


A: Potresti fare un esempio concreto di etica intesa come ‘know-how’?

B: Certo; il classico esempio di ‘know-how’ dell’etica è quando, mentre camminiamo immersi nei nostri pensieri per strada, vediamo improvvisamente una persona che inciampa e cade a terra; il nostro comportamento immediato è quello di soccorrerla, senza fermarci a riflettere su quale possa essere il comportamento eticamente più appropriato…


A: Ed un esempio di etica intesa come ‘know-what’?

B: L’etica come ‘know-what’ rappresenta il momento riflessivo, quando ci chiediamo ad esempio se sia o meno corretto dire qualcosa a qualcuno (‘Faccio bene o male a dirle che lui la tradisce?’) o se approvare o meno l’entrata in guerra di un paese per tutelare una parte della popolazione, e così via…


L’etica intesa come ‘know how’ riguarda, dunque, il ‘sapere come essere’ etico, mentre l’etica intesa come ‘know what’ riguarda il ‘sapere cosa fare’ per essere etici. Nel primo caso il comportamento istintivo è l’immagine di ciò che siamo, mentre nel secondo caso il comportamento sarà l’immagine di ciò che forse dovremmo essere.
La conoscenza del come si è si incarna nella spontaneità dei comportamenti; l’attenta e ripetuta osservazione del come si è genera la consapevolezza dell’essere etico: la conoscenza del come si è diviene ‘coscienza consapevole’ del sé etico.
La conoscenza razionale del cosa fare per essere matura attraverso una elaborazione riflessiva sulle possibilità di scelta tra diversi comportamenti da assumere, valutando di ognuno costi e benefici, vincoli ed opportunità.


A: In altri termini, affermi che l’etica come ‘know-how’ riguarda il sapere come essere etico, l’aver già maturato una propria identità etica che consente alla persona di porre in essere istintivamente comportamenti etici, come dire …. senza pensarci sù due volte! Mentre l’etica intesa come ‘know-what’ riguarda il sapere cosa fare per assumere un comportamento ritenuto socialmente etico, per maturare attraverso la riflessione prima e gli atteggiamenti poi un modo di ‘fare’ etico.

B:
Esattamente. L’etica come ‘know-how’ conduce alla manifestazione di una specifica identità etica, consapevole del sé, del proprio modo di essere etico; l’etica come ‘know-what’ invece può identificarsi in una posizione piuttosto che in un’altra, a seconda della valutazione effettuata tempo per tempo delle opportunità da cogliere. Risulta evidente, quindi, la differenza tra essere consapevole della propria identità rispetto all’assumere possibili identificazioni in un processo di modellamento del proprio carattere. Ecco …. potremmo dire che nell’etica intesa come ‘know-how’ c’è l’essere, mentre nel ‘know-what’ c’è l’agire, il fare.

Perciò, se parliamo di ‘know-how’ per l’etica, stiamo parlando di identità: stiamo parlando del riconoscimento consapevole dell’identità, che sia quella dell’individuo o che sia quella dell’organizzazione. In entrambi i casi, quindi, è necessario che sia generata, incorporata e manifestata con consapevolezza una propria identità, perché altrimenti parlare di ‘how’ - dove non esiste ancora una identità in cui riconoscersi - avrebbe poco senso: il ‘know-how’ dell’etica presuppone la consapevolezza dell’esistenza e delle caratteristiche qualitative dell’ identità.


A: Ma allora mi chiedo: cosa accade nella persona o nelle organizzazioni sociali quando opera solo l’etica intesa come ‘know-what’?
Ed ancora: in questo caso, come bisognerà comportarsi in ogni specifica circostanza se volessimo essere etici?


B: Certo, è necessario chiarire questi aspetti. Il ‘know-what’ può anche non presupporre la formazione e la consapevolezza di una identità; per agire identificandosi è sufficiente un aggregato non sistemico di conoscenze. Questo perché il ‘know-what’ ci dice ‘cosa fare’ , diviene un codice etico, un insieme di norme cui attenersi per ogni specifica situazione. Pertanto, non guarda all’identità, ma guarda alla specifica situazione fenomenologica; risponde alla domanda: quando avviene questo, cosa bisogna fare? Si tratta di norme generali, di principi etici cui attenersi.


A: Quindi, se ho ben capito: noi definiamo l’etica come modo di essere di una identità. Che questa identità sia il singolo, la relazione, un’organizzazione, non rileva. Ciò che rileva è che ci sia un’identità; sarebbe allora necessario chiarire cosa si debba intendere per essere un’identità e questo per poter poi parlare dell’etica dell’essere. Che ne pensi?

B:
Ti ringrazio per aver di fatto chiarito che l’ ’how’ fa parte dell’essere ed essere significa innanzi tutto essere un’identità.
In particolare, la differenza fondamentale tra ‘how’ e ‘what’ è data dal livello di auto-consapevolezza raggiunto dalla coscienza: solo passando da una coscienza riflessiva, razionale, analitica ad una coscienza più profonda, intuitiva, emozionale, ‘immediatamente’ umana – dove per umana ci appelliamo all’umanità della persona – è possibile ‘essere’ etici, incorpare l’etica, educare con l’esempio.
Questo non significa che non si commettano errori di valutazione delle singole situazioni, o che i comportamenti posti in essere siano sicuramente e senza ombra di dubbio etici. Ma è la spinta fondamentale, quella da cui si origina il comportamento, ad essere etica.
La coscienza riflessiva, razionale, può condurre ugualmente a comportamenti etici, forse migliori di quelli originati dalla coscienza consapevole di sé, e certamente i migliori comportamenti possibili, valutate tutte le circostanze e le attenuanti del caso specifico. Tuttavia, essa conduce ad una serie di norme, codici e codicilli atti a sviscerare, per ogni singola situazione, i comportamenti più opportuni per ‘fare’ l’etica.


A: Ma non credo che ciò avvenga sempre!

B:
Non necessariamente. Infatti, per molti l’etica è il ‘what’: un insieme di norme comportamentali. La Corporate Social Responsability (CSR) , il codice etico, le norme etiche, sono generalmente improntati al ‘what’ e non all’ ‘how’. Non c’è soltanto l’etica del come, ma c’è piuttosto e soprattutto l’etica del cosa.
Noi siamo abituati a dare norme cui attenersi e, nel caso non vengano rispettate, prevedere una forma di richiamo, di allontanamento, e comunque di punizione. Sono norme in qualche modo cogenti, non di libera scelta … due mondi, due modi completamente differenti di intendere l’etica.

A: Non è detto, tuttavia, che l’una escluda l’altra…



a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO
Letto 9366 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39