Giovedì, 20 Aprile 2006 12:35

Parte 2: Identità aziendale come valore condiviso

Scritto da  ManagerZen
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Un possibile dibattito su Etica e Complessità. Parte II.

a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO



Identità aziendale come valore condiviso


A: Proviamo ora a spiegare meglio che cosa si intende per etica del ‘come’, o etica dell’essere. Pensiamo ad un’identità specifica, per esempio ad un’azienda…


B: Abbiamo detto prima che l’etica, intesa come ‘know-how’, presuppone necessariamente l’esistenza di un’identità. Quindi se noi vogliamo provare ad introdurre un concetto di etica in un’azienda, è necessario che questa azienda abbia già un’identità in cui le persone appartenenti all’azienda si riconoscano.


A: Vuoi dire che è necessario che l’identità sia formalizzata? Che a livello organizzativo sia previsto un documento specifico che sancisce quali sono le caratteristiche di questa identità in cui tutto il personale si riconosca?

B: Non necessariamente l’identità deve essere scritta; la cosa essenziale non è tanto che sia scritta o meno, quanto che ognuno ci si riconosca.
Se l’identità è stata scritta dal consiglio di amministrazione, su ciò che questi considera sia l’identità dell’azienda, essa non è certo emersa dal basso; e, comunque sia nata, se le persone che appartengono al ‘basso’ non ci si riconoscono, non è un’identità.
Perché ci sia un’identità, non importa che sia scritta (può essere tra-scritta, dopo che si è già formata); è necessario invece che la maggioranza delle persone appartenenti a questa organizzazione sentano di appartenere ad un’identità.


A: Quindi che possa essere percepito in maniera sostanziale all’interno dell’azienda un clima per cui la gran parte dei dipendenti e di tutti quelli che partecipano alla filiera produttiva si riconoscano in un’identità aziendale.

B: Esatto. L’identità dovrebbe anche poter cambiare tempo per tempo; l’aver scritto qual è l’identità può aver scarso significato nel tempo…
Pensando alle organizzazioni che apprendono, dovrebbe essere qualcosa che tempo per tempo si evolve, cambia, pur mantenendo se stessa. E’ il principio classico dell’auto-generazione o “autopoiesi” di tutti gli organismi viventi, in cui l’organizzazione mantiene se stessa – ossia la propria identità - cambiando, evolvendo.


A: Ricapitolando, quindi: che cos’è l’etica di un’identità?

B: E’ un saper essere; perché sia un saper essere, è necessario riconoscersi nell’identità cui si appartiene, ossia nello scopo dell’identità cui si sente di appartenere, nel significato dato all’identità. Se il significato che si dà all’identità non è lo stesso di quello che danno altri, se cioè il significato dato all’identità non è condiviso, non ci si riconosce nell’identità stessa.

Faccio un esempio concreto: perché c’è contrapposizione all’interno delle organizzazioni d’azienda fra il sindacato dei lavoratori e quello degli imprenditori? Perché non si dà lo stesso significato all’identità aziendale; non c’è un’identità condivisa. Il modo in cui i dipendenti intendono l’azienda per cui lavorano non è lo stesso di come la intende l’imprenditore o il consiglio di amministrazione, cioè non danno lo stesso significato all’organizzazione cui appartengono.
Quindi, secondo me, il problema etico è un problema di significato: ‘perché lo faccio?’, ‘Perché lavoro in questo posto?’
Riconoscersi in una organizzazione aziendale intesa come identità significa sentire che si sta lavorando in un ambiente in cui il proprio significato si riconosce.


A: Tuttavia, noi non abbiamo messo come presupposto che la qualità dell’identità sia di un certo tipo; abbiamo semplicemente detto che il presupposto è che vi sia un’identità, e tu hai spiegato che determinante è che le persone condividano il significato profondo dell’identità aziendale.

Possiamo quindi in questo senso parlare di qualità? E, se parliamo di qualità, è anche vero che il tuo significato tratta di valori, e non più di interessi specifici, che hanno invece a che vedere con un aspetto quantitativo. Perciò, se noi ragioniamo su identità come aspetto qualitativo e su condivisione del significato come condivisione dei valori, possiamo poi porci il problema della tipologia etica…

Per fare un esempio, una azienda potrebbe aver sviluppato la propria identità su concetti non qualitativi ma quantitativi, come: siamo i più competitivi, siamo i più aggressivi; questo porta alla condivisione da parte di tutti i dipendenti di questo approccio, perché consente loro di guadagnare di più, di avere successo, ecc. E’ un’identità anche quella?

B: Io credo che, affinché la maggior parte di coloro che partecipano ad un’organizzazione possa sentire di appartenere ad un’identità, occorre che vi sia, come ho detto prima, una condivisione del significato che si dà all’organizzazione stessa; sappiamo anche che si riesce a trovare una condivisione di significato man mano che si sale nella scala dei valori delle persone, ossia man mano che si condividono valori sempre più alti.

Gli interessi, anche importanti, tendono a rimanere comunque di parte, è difficile riuscire a condividerli fra molte persone. Anche supponendo che tutti, al momento in cui si fonda un’azienda, identifichino la propria organizzazione con l’essere fortemente competitivi ed aggressivi sul mercato, ciò comporta che, come l’azienda inizia a perdere competitività sul mercato, ‘tutti i topi lasciano la nave’, ossia cambiano l’organizzazione di appartenenza. Perciò questa è un’identità molto relativa; è difficile che riesca a mantenere una forte aggregazione su un livello così basso di valori.
Perché si possa mantenere una condivisione fra tante persone, fa parte della natura umana, per fortuna, che ci si riconosca in un livello gerarchico elevato nella scala dei valori.

Vi sono dei valori che possono essere chiamati ancora interessi, che sono quelli di parte, che possono prevedere la competizione, piuttosto che l’aggressività, ecc. Se però si vuole mantenere nel tempo questa identità, che non duri solo una fase di marketing, occorre salire di livello: le persone si riescono ad aggregare per un periodo medio/lungo sui valori più importanti per la persona, che non sono solo quelli del successo.

E con questo ti rispondo anche sul concetto di etica: etica non è altro che questo livello più elevato di valori.
Si trova condivisione allargata fra molte persone per un periodo di tempo che non sia breve quando si tratta di principi etici generali: principi etici generali vuol dire che appartengono alla generalità delle persone, che non sono altro che quelli di assicurare una “buona vita” a più persone possibili. Se si pensa di assicurare una buona vita a pochissime persone, per esempio a quelle dell’azienda cui si appartiene, che deve essere la più forte sul mercato, questo è un valore che si riesce a condividere per un brevissimo lasso di tempo, e poi lo si abbandona, poiché si è trovata un’azienda che è più aggressiva.

Perciò, il principio etico più generale di tutti è quello della “buona vita”, ossia assicurare una buona vita a più persone possibili e, allargando ancor più questo concetto, non solo all’oggi ma anche al futuro: non solo alla generazione a cui si è contemporanei, ma anche ai nostri discendenti. Il principio che si può rendere maggiormente condivisibile da tutti è quello dello stare bene, che può essere anche chiamato benessere, o felicità.


A: In queste risposte che tu mi hai dato mi pare ci siano dei presupposti: che l’identità di gruppo sia formata da un sistema di valori condiviso e che la condivisione avvenga in un ambiente complesso. In altri termini, quello che tu presupponi, è l’esistenza di un paradigma della complessità…



a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO
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Letto 17235 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39