Giovedì, 08 Marzo 2007 11:22

Parte 8: Paura, Coraggio e Abitudini In evidenza

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Un possibile dibattito su Etica e Complessità. Parte VIII.
a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO


Paura, Coraggio e Abitudini


A: Allora, occorre un'evoluzione della coscienza dell'uomo affinché egli possa aprirsi finalmente alla possibilità di vivere, anziché continuare a sopravvivere nella paura...

B: Sì, anche se sembra la cosa più difficile da fare! Parlare di evoluzione della coscienza umana spesso appare come qualcosa di evanescente, così lontano dalle nostre reali possibilità da richiedere tempi e modi pressoché irrealizzabili!


A: E secondo te non è così?


B: No, secondo me non è così; certo è difficile, poiché richiede uno sforzo consapevole, potremmo dire un'intenzione iniziale molto forte e ben direzionata.
E' come quando dobbiamo cambiare alcune nostre abitudini di cui percepiamo l'inutilità, se non addirittura la disfunzionalità: spesso sono loro a governare noi, e noi ci rendiamo loro vittime. Occorre uno sforzo iniziale forte per rompere queste abitudini consolidate, ed un'attenzione costante per non ricadere nella loro trappola. Le abitudini ci semplificano la vita, non richiedendoci di essere consapevoli di azioni che compiamo e di cui in qualche modo perdiamo perfino la responsabilità.


A: Sono d'accordo con te; a mio avviso molti nostri comportamenti sono di tipo abitudinario e spesso agiamo senza minimamente chiederci perché li stiamo compiendo. Sono dei semplici automatismi che ci facilitano la vita, ma che in qualche modo ci rendono simili a macchine...
Non credo proprio che sia facile uscire da questi meccanismi; riesci a farmi un esempio di come si possa fare per interromperli?


B: Mi viene in mente un esempio che mi riguarda personalmente: mi piaceva molto fumare, ed anni fa ero arrivata a fumare da tre a quattro pacchetti di sigarette al giorno; solo quando mi sono resa conto che fumare non era più una scelta, ma un'abitudine cui spesso non facevo nemmeno più caso, ho finalmente capito che era arrivato il momento di ridurne la quantità, limitandomi a fumare solo le sigarette di cui mi accorgevo e che mi dava piacere fumare.
E così, in poco tempo, sono passata a fumarne solo una decina al giorno, e poi ancora di meno, fino a non fumarne più. Il mio obiettivo non era smettere, che forse mi sarebbe potuto sembrare una forzatura ed un obbligo cui non volevo sottopormi, ma solo quello di accorgermi di quali erano i gesti dettati dall'abitudine...


A: Detta così, sembra persino facile smettere di fumare!
Ma, in realtà, secondo me, hai dovuto cambiare delle convinzioni che prima in qualche modo ti governavano...


B: Sì, sicuramente; avevo la convinzione che era inutile per me decidere di smettere di fumare o di ridurre la quantità di sigarette: mi piaceva fumare, e quindi ero convinta che avrei sicuramente ricominciato il giorno successivo. Poi lessi un libro di Konrad Lorenz, un famoso etologo che studiava da vicino il comportamento di alcuni animali, in cui si raccontava di come le oche, con cui lui aveva vissuto per un certo periodo, fossero estremamente abitudinarie: se lui provava a cambiar loro, anche di pochissimo, un'abitudine, le oche andavano completamente nel panico... Beh, mi sono resa conto che fumare per me era diventata un'abitudine, e che forse, di fronte al cambiamento, mi stavo comportando proprio come una delle oche di Lorenz!
Così, ho voluto semplicemente porre attenzione ai miei comportamenti, per osservare quanto di ciò che facevo era dettato dal reale desiderio di fumare e quanto da una abitudine che avevo paura a modificare.


A: Mi pare che tu stia dicendo che le convinzioni ci governano a livello mentale così come le abitudini ci governano a livello dei comportamenti e delle azioni che compiamo; è così?

B: Sì, convinzioni ed abitudini sono interrelate tra loro; le abitudini che governano i nostri comportamenti riflettono le convinzioni che governano le nostre menti, ed attraverso i comportamenti che abbiamo e che vediamo compiere da altri alimentiamo le nostre convinzioni... E' un circolo che si auto-rinforza, che si chiude in sé non consentendone l'interruzione.


A: Per poter spezzare questo circolo vizioso occorre quindi, come dicevamo prima, effettuare una scelta, una scelta di natura etica: occorre scegliere di essere uomini, e non macchine; occorre scegliere di vivere, e non di sopravvivere.
Certo, la via meccanicistica, dettata dagli automatismi, è la via più facile, quella che costa meno fatica...


B: Al riguardo mi piace ricordare Eugenio Montale che, nelle sue poesie, parlava di "fatica di vivere", e non si riferiva certo alla sopravvivenza...
Le abitudini e le convinzioni sono per noi come dei "comandi", cui ubbidiamo; quante volte vorremmo che fosse qualcun altro a dirci cosa dobbiamo fare, anziché chiedercelo noi? E' molto più facile quando ci vengono fornite le risposte su cosa dobbiamo fare, anziché doverci chiedere ogni volta se ciò che facciamo sia giusto o sbagliato. Assumersi la responsabilità delle azioni che compiamo e delle convinzioni che abbiamo è spesso un fardello troppo pesante per noi!
Quando si ubbidisce, non ci si chiede mai il perché di ciò che si compie; semplicemente lo si fa, lasciando la responsabilità delle nostre azioni ad altri che spesso, a loro volta, non si assumono la responsabilità delle loro azioni, poiché stanno ubbidendo ad altri, e così via, senza mai fine.
A ben vedere, stiamo ubbidendo solo a delle convinzioni individuali che divengono convinzioni collettive, delle "idee in sé", di cui abbiamo già parlato, e che governano i nostri comportamenti, rendendoli automatici ed abitudinari.


A: Occorre quindi scegliere di interrompere questo circolo vizioso, staccandosi dalle proprie abitudini disfunzionali per cominciare ad avere nuovi tipi di comportamenti, i quali danno spazio a nuove forme di convinzioni.
Anche per chi osserva il comportamento di altri, questo può essere di esempio come nuova via da percorrere, come nuova possibilità... può divenire un comportamento da imitare.
Il prendere coscienza delle proprie convinzioni, di ciò che diamo per scontato, può servire per staccarsi dai propri comportamenti, per cominciare a "vedere" con occhi nuovi...
Ma per fare questa scelta occorre innanzi tutto decidere di volerlo fare; e cosa secondo te può spingere le persone a scegliere di abbandonare dei comportamenti che, come dicevamo prima, rendono comunque tutto più facile? Perché mai dovrebbero farlo?


B: Forse per necessità, perché non vedono più altre vie di uscita; forse perché l'ottica della sopravvivenza è sì la via più facile, ma anche quella che "congela" in qualche modo la nostra esistenza, impedendoci sì di soffrire, ma anche di essere felici.
Per riprendere un altro poeta che amo particolarmente, Pablo Neruda, è fondamentale poter dire, al termine della propria esistenza: "Confesso che ho vissuto..."; a mio avviso, non c'è niente di più straordinario che questo: vivere!


A: Per decidere di vivere, occorre decidere di abbandonare schemi mentali così consolidati ed atteggiamenti che sono divenuti così abitudinari, non solo a livello individuale ma anche collettivo, da richiedere davvero un atto di coraggio, non ti pare?

B: Eh sì, è proprio questo ciò che è richiesto nel coraggio: staccarsi da un mondo che è sì congelato, ma anche, in qualche modo, fondato su certezze, sicurezze, protezioni.
E' un abbandono del conosciuto, per potersi aprire a nuove vie, tutte da esplorare, tutte da sperimentare.
 

A: E' abbandonare le proprie paure...

B: Sì, o quanto meno non attaccarsi ad esse per giustificare se stessi. I cambiamenti richiedono atti di coraggio, ed il coraggio, secondo me, non è tanto non avere paura, quanto andare oltre ad essa, agendo nonostante la paura... assumendosi la responsabilità di sé, delle proprie azioni, dei propri pensieri.


A: Questa è la premessa per poter cambiare, per passare da un'ottica di sopravvivenza, come dicevamo l'altra volta, ad un'ottica di vita.
Siamo così tornati al "saper essere", al "know-how" da cui eravamo partiti nel nostro dibattito: è la consapevolezza di ciò che si è, di quelli che sono i comportamenti che si pongono in essere, di quali sono le credenze cui si aderisce, la premessa per poter essere etici.
Mi pare però un compito troppo difficile, direi quasi impossibile, da svolgere da soli, quando pare che tutto il mondo giri proprio in senso contrario a quello che stiamo dicendo...


B: E' vero, sono d'accordo con te che provare a cambiare i propri presupposti ed i propri comportamenti quando ti senti il solo a farlo è davvero troppo difficile! Però trascuri un aspetto fondamentale: che nella nostra vita noi non siamo soli, siamo invece inseriti in una rete di relazioni che ci lega così strettamente l'uno all'altro che il cambiamento nell'uno può generare un cambiamento anche nell'altro, e così via, fino a poter modificare tutta la rete di relazioni in cui si è inseriti...


A: Proprio come un'epidemia... è la teoria delle reti, di cui si sta cominciando a studiare il funzionamento solo in questi anni....



a cura di Marinella De Simone e Dario Simoncini Cofondatori e Trainer della SEECO
Letto 11735 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39