Giovedì, 12 Ottobre 2006 10:36

E' l'economia o l'ambientalismo a dover essere sostenibile? In evidenza

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E' questo in sostanza quello di cui hanno discusso il Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio e Maurizio Beretta, Direttore Generale di Confindustria.


E’ questo in sostanza quello di cui hanno discusso recentemente il Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio e Maurizio Beretta, Direttore Generale di Confindustria.
L’occasione è stata l’incontro organizzato dal mensile Modus Vivendi e da Un-Guru durante l’ultima edizione del Sana, il salone del vivere e dell’alimentazione naturale.
Lo spunto per il dibattito era il Millennium Ecosystem Assessment, il più importante sforzo scientifico compiuto dall’ONU per valutare lo stato di salute degli ecosistemi e le possibilità  di crescita economica future, di cui ManagerZen si è occupato qualche mese fa.

L’incontro rappresentava dunque la prima vera occasione in cui istituzioni e rappresentanti del mondo delle imprese discutevano della possibilità reale di uno sviluppo sostenibile, il tutto in riferimento al nostro paese.
Molta parte del dibattito si è incentrata sulle emissioni di gas a effetto serra e il motivo è che la questione è diventata urgente.

Con la sottoscrizione del Protocollo di Kyoto da parte della Russia il documento è entrato in vigore e gli impegni assunti dai paesi firmatari si sono trasformati in obbligo.
Il Protocollo prevede che ogni paese si impegni a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, in particolare quelle di anidride carbonica (CO2). L’Unione Europea ha stabilito per gli stati membri dei parametri ancor più severi e inizierà il prossimo novembre a discutere i Piani di Allocazione Nazionale. Il tutto è complicato dal fatto che il Protocollo prevede la creazione di un sistema di Emission Trading, una soluzione che crea un vero e proprio mercato delle emissioni che consente ai paesi più virtuosi e che possono vantare dei crediti di venderli a quelli che invece superano la loro quota.

Il Piano italiano è parte della finanziaria, in approvazione in questi giorni, e riguarda il periodo 2008-2012 e coinvolge oltre 1000 grandi impianti industriali come raffinerie, centrali elettriche, cementifici, vetrerie e aziende siderurgiche.
I dati dimostrano che, dopo quello dei trasporti, il settore della produzione di energia elettrica è quello che contribuisce maggiormente alla produzione di CO2.
La questione dunque chiama in causa quella più generale delle fonti di energia e dell’utilizzo dei combustibili, non solo di natura fossile (carbone e petrolio), del loro approvvigionamento e del loro prezzo, considerando i tassi di crescita della domanda di economie come quella cinese e indiana.

La questione è stata trattata durante il convegno senza approcci di tipo ideologico.
La posizione di Confindustria, illustrata da Maurizio Beretta, è che sviluppo e crescita sono un imperativo assoluto e che noi, che viviamo nei paesi del primo mondo, non saremmo disposti ad accettare una situazione di crescita zero o di decrescita.
In questo ambito la cultura ambientale diventa una cifra di qualità dello sviluppo economico e quindi è anche l’ambientalismo a dover essere sostenibile, e non solo la crescita.
Confindustria lamenta che meccanismi come quelli introdotti da Kyoto tendono ad addossare alle sole imprese la responsabilità della riduzione delle emissioni, dell’inquinamento e quindi della conservazione e tutela dell’ambiente.

Inoltre la preoccupazione delle imprese è quella legata alla creazione di fenomeni di dumping ambientale, innestando meccanismi che limitano la crescita industriale a favore di paesi che hanno vincoli, rispetto al Protocollo, meno stringenti.
Inoltre, trovandosi l’Italia in una situazione in cui dovrà ricorrere al sistema Emission Trading per acquistare diritti di emissione, si corre il rischio che molte imprese si trovino nelle condizione di aumentare i prezzi dei loro prodotti e servizi, rendendoli ancor meno competitivi.
Confindustria conferma che crescita economica e sviluppo sostenibile sono possibili e che devono andare di pari passo, portando ad esempio i numerosi casi di aziende italiane che sono all’avanguardia e che già utilizzano tecnologie innovative, proprio per la riduzione di CO2.

alfonsopecoraroscanio.gifIl Ministro Pecoraro Scanio, cui sono spettate le conclusione dei lavori, ha avuto un approccio molto pragmatico alle questioni discusse.
Ha fatto proprio l’appello affinché nel calcolo delle emissioni non venisse considerata la sola industria, poiché il settore dei trasporti e il consumo familiare registreranno entrambi una crescita delle emissioni di anidride carbonica.
Inoltre ha sottolineato come obiettivo del governo sia la riduzione delle emissioni, e non quello di introdurre nuove tasse o penali per chi ne produce in eccedenza.
Ha inoltre riportato il discorso nell’ambito più ampio del Millennium Ecosystem Assessment, e dell’utilizzo dei servizi forniti dagli ecosistemi.

Ha citato anche il problema della progressiva deforestazione che, a titolo di esempio, contribuisce per il 20% ai cambiamenti climatici degli ultimi anni.
E ha lanciato una sfida a coloro che si occupano e si interessano a questi temi: perché il nostro paese, che non possiede petrolio, non si impegna a produrre e a vendere efficienza energetica, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie?

Il problema del dibattito relativo a coniugare sviluppo sostenibile e crescita è che, fino a poco tempo fa, mancavano dei dati certi a supporto delle diverse tesi.
Recentemente gli analisti hanno cominciato a misurare le merci e i servizi che l’ecosistema fornisce come la regolazione del clima, la formazione del suolo o la purificazione dell'acqua.
Stabilire un prezzo per queste merci e servizi è difficile, poiché comprendono funzioni che non vengono comprate e vendute sul mercato o a valori di mercato (vedi l’acqua) mentre è possibile stimare i costi di sostituzione di questi prodotti e analizzare quanto individui, imprese e nazioni sarebbero disposti a pagare per averli.
Le prime conclusioni sembrano evidenziare che lo sviluppo sostenibile è conveniente: secondo uno studio pubblicato su Science “la distruzione degli habitat naturali è un brutto affare, in termini economici”,  poiché la perdita degli ecosistemi costa al pianeta 250 miliardi di dollari all’anno.

I ricercatori ritengono che un network di riserve naturali globali non convertiti in terre coltivate, o utilizzate per altri usi umani, assicurerebbe merci e servizi che avrebbero un valore economico annuo di gran lunga superiore alle merci e ai servizi prodotti dalle loro controparti convertite: questo valore è stimabile intorno ai 400 trilioni di dollari in più rispetto al valore prodotto dagli ecosistemi convertiti.
“Ciò vuol dire che il rapporto tra benefici e costi è di 100 a 1 in favore della conservazione”. 
Letto 15482 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2012 15:39