Martedì, 21 Ottobre 2008 09:21

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Cruciverba senza schema
Per la rubrica Manager Ludens un nuovo articolo di Umberto Santucci, sui cruciverba senza schema che rappresentano una metafora del problem solving.


Cruciverba senza schema

Da qualche mese mi sono preso una vacanza dalla lettura, e nei momenti liberi faccio cruciverba. Ho cominciato in ospedale, dove per evitare la televisione sempre accesa mi mettevo i tappi nelle orecchie e come impegno intellettuale non riuscivo a fare più dei cruciverba, anche se avevo portato con me bei libri.
Faccio i cruciverba senza schema, perché mi divertono di più, in quanto rappresentano una metafora del problem solving.

Si comincia con la griglia completamente vuota. Ci sono ampie possibilità, e chiavi di soluzione nascoste. Il problema si presenta nel suo insieme, e a prima vista appare insolubile.
Se la parola da inserire occupa tutta la lunghezza o l’altezza della griglia, può essere una buona chiave, altrimenti, anche se sappiamo rispondere alle definizioni, non sappiamo dove vanno scritte le parole. La cosa diventa più difficile quando si tratta di parole molto brevi, in una riga dove si devono annerire più caselle. E’ facile dire che “Torino in auto” è TO, ma dove va scritta? Ci si può aiutare con gli incroci, ma se non ci sono ancora?

Per uscire dalla situazione completamente aperta, che ci lascerebbe in stallo, dobbiamo quindi cercare una parola o una locuzione che occupi l’intera riga. Un bel colpo può essere NESSUNOMIPUOGIUDICARE, che risponde alla definizione “successo della Caselli”, ma non sempre siamo così fortunati. Quindi, se non riusciamo a trovare una parola a riga piena, possiamo solo cominciare ad azzardare qualche incrocio, per vedere se funziona. Si può cominciare dai primi numeri, in alto a sinistra, ma se non si riesce a trovare gli incroci bisogna andare avanti, fino a quando se ne trova qualcuno, in qualunque punto della griglia.
E’ bene usare matita e gomma, per aggiustare il tiro man mano. Le situazioni più difficili sono quelle in cui non ci sono abbastanza incroci, con parole piuttosto isolate che o le sai o non le sai e non riesci a ricostruirle.

I livelli euristici sono:
•    griglia vuota
•    qualche incrocio di prova, lasciando tutto aperto e ipotetico
•    incroci consolidati con l’annerimento delle prime caselle (chiusura di possibilità)
•    completamento

Come metodo di problem solving abbiamo la situazione di partenza (problema non risolto) con le condizioni esistenti e non modificabili (le definizioni). Spesso le definizioni sono ambigue: per esempio la definizione “ai lati della stanza” può essere sia PARETI (ai lati del referente, per dirla in termini semiologici, cioè della cosa) che SA (ai lati del significante, cioè della parola). Se ci fossero le caselle, non ci sarebbe ambiguità, ma in una riga tutta bianca non si sa che cosa scrivere e dove. Le definizioni ambigue o ingannevoli corrispondono a condizioni che possono allontanare dalle soluzioni valide, tenendo in vita il problema o aggravandolo. Altra difficoltà sono le definizioni troppo aperte e generiche, perché sono aperte a moltissime soluzioni, che vengono ridotte man mano che si procede con gli incroci. Se per esempio ho la definizione “fiume del Lazio” per questa riga - - - - - - - - - - - - - le soluzioni possibili sono troppe, quindi devo aspettare che ci sia qualche casella nera o qualche lettera. Se la situazione è a questo punto:
- - / - - - E - E - - - - si potrebbe tentare con - - / tev E r E / - - - ma proseguendo con gli incroci ci compare una N qui - - / - N - E - E - - - -, quindi la soluzione è - - / ANIENE/ - - -. Per analogia, un briefing troppo generico e ambiguo ha bisogno di ulteriori informazioni per arrivare alla soluzione ottimale.

Se restiamo nella situazione di partenza, sono aperte tutte le possibilità (come una pagina bianca prima di scrivere), ma siamo fermi. Quindi dobbiamo muoverci e fare qualcosa, anche se per il momento è sbagliato. L’errore può essere corretto, con l’inazione non si può fare nulla.
Per cominciare a inquadrare il problema, dobbiamo tirare su qualche struttura (le caselle nere).
Solo quando abbiamo buttato giù qualche parola e annerito qualche casella, la situazione si presenta più abbordabile, e ci si cominciano ad aprire un po’ di chiavi risolutive. A volte si trova una soluzione, ma è sbagliata, e rende difficili o impossibili gli incroci (le relazioni fra questa ed altre soluzioni possibili). Quando ci si accorge che la parola scritta invece di facilitare le cose le complica, ci si trova di fronte alle tentate soluzioni disfunzionali di cui parla Watzlawick. Bisogna non insistere a cercare incroci impossibili su quella parola, ma cancellarla lasciando le caselle vuote e ripartendo da un’altra parte. E’ meglio disfare qualcosa di fatto, piuttosto che insistere su qualcosa che non funziona. E’ meglio fare un passo indietro per balzare di nuovo in avanti.

Quando abbiamo già un buon insieme di incroci, e cioè siamo abbastanza avanti nella strutturazione dell’impalcatura che deve sorreggere le soluzioni, improvvisamente le cose si facilitano.
A volte conosciamo la soluzione, anche se non sappiamo bene dove applicarla. Altre volte capita che la soluzione ci sia ignota, o sia dimenticata. In tal caso la mente opera per guizzi creativi, perché può capitare che su una riga bianca ci siano solo due lettere derivanti da incroci, e per un po’ non ci dicono nulla, fin quando, guardando la configurazione di lettere e spazi, all’improvviso si formula la parola giusta. Ciò significa che alcuni indizi che a prima vista non sono in relazione fra loro vengano improvvisamente configurati, con una parola che si presenta alla mente in modo spontaneo. Per esempio, potremmo avere questa situazione:
- - - - - H - - U - - - - -, e fra le definizioni abbiamo “precursore del fucile”. Sulle prime non ci viene in mente niente, poi all’improvviso “vediamo” la soluzione:
- / ARCHIBUGIO / -. Perché ciò accada non bisogna fissarsi su quel microproblema, ma tornarci su ogni tanto. Molte soluzioni dipendono da meccanismi inconsci, quindi si deve lasciare all’inconscio il tempo di agire a modo suo.

Il problema può essere affrontato in modo sequenziale, partendo dall’inizio (per esempio dalle prime definizioni del cruciverba) e andando avanti fino alla fine. Tuttavia è molto più strategico buttare giù le soluzioni più facili, dovunque si trovino nella griglia, e sviluppare incroci dove meglio vengono. In tal modo il problema grosso si sgretola in problemi più piccoli di facile soluzione, e le parti più difficili vengono facilitate dalla soluzione di quelle più facili. Il processo porta a soluzioni che non conoscevamo, e che non avremmo trovato se avessimo insistito su di esse senza provare ad aggirarle, e quindi amplia le conoscenze che si possedevano.
Infine, quando proprio non troviamo una soluzione, possiamo sempre farci aiutare da un dizionario o da google, così come nel lavoro se non riusciamo a fare una cosa è molto meglio farci aiutare che non farla o farla male.

Naturalmente qualsiasi gioco è un modello di problem solving, perché risponde alla struttura di base del setting: date queste condizioni (struttura e regole del gioco) come fare a raggiungere il risultato (vincere, risolvere, arrivare)?
Nel caso del cruciverba senza schema il problema è: come sistemare in modo giusto le parole che si conoscono, come completare le parole che non si conoscono o non si ricordano, in modo da riempire tutta la griglia? Corrisponde al problema più generale: in una situazione poco o nulla strutturata, come fare a organizzare in modo armonico soluzioni note, recuperate o nuove, per ottenere una struttura organica e autoconsistente? E cioè: come trasformare un gruppo eterogeneo di persone in un team? Come strutturare un insieme di informazioni in un organismo di conoscenze?

Letto 17228 volte Ultima modifica il Giovedì, 26 Novembre 2015 17:45